"... Ero partito da solo, come spesso mi accadde in quell'anno. Sapevo che l'alpinismo solitario in genere è condannato e considerato quasi come una mania suicida. L'uomo, dicono i benpensanti sostenitori di questa tesi, non ha il diritto di impegnarsi di sua volontà in un gioco eccessivamente rischioso come questo... Preuss passava sovrano di vetta in vetta, di conquista in conquista, sprezzante di ogni mezzo di protezione... lo, più modestamente, mi accontentavo di andare lassù a sfogare il malumore accumulato nelle ore monotone di città. E nelle vibranti e libere corse sulle rocce tormentate, nei lunghi e muti colloqui con il sole e con il vento, con l'azzurro, nella dolcezza un po' stanca dei delicati tramonti, ritrovavo la serenità e la tranquillità." (G. Gervasutti, Scalate nelle Alpí).

In una tappa alpina del Giro del 1940, Bartali è davanti a Coppi di poche decine di metri. Coppi, che veste la maglia rosa, ha fortissimi dolori alle gambe e scende dalla bici con l'intenzione di abbandonare la corsa. Bartali se ne accorge, torna indietro e si ferma vicino a Fausto; gli ricorda che i loro genitori hanno avuto difficoltà economiche per assecondare la passione dei figli, e per questo non vanno delusi. Bartali spinge quindi la faccia di Coppi dentro la neve per farlo un po' riprendere, lo fa risalire in bicicletta e mentre riparte gli urla: "Coppi sei un acquaiolo! Ricordatelo! Solo un acquaiolo!".Bartali - in un dialetto fiorentino oggi non più usato - intendeva così dicendo che chi non beve un po' di vino ma solo acqua è un uomo di poco valore, appunto un "acquaiolo".